Il Natale di Jazz e Gigi

Jazz&Gigi comics

Il mio Natale

Albero di Natale

Quando ero piccola il Natale era la cosa più magica che ci fosse. Nessun altro giorno, neppure quello del mio compleanno, era atteso con tanta impazienza.
Ricordo tante piccole cose, per esempio il calendario dell'avvento che mi prendeva sempre mia mamma (chissà come, ma la sorpresa che ricordo subito è stata una piccola spazzola per bambole, tutte rosa, trovata in una delle caselle), e poi i preparativi a scuola (non dimenticherò mai quando la maestra mi fece preparare una scatolina con i fermagli del bucato e poi verniciata d'oro, ricordo perfino l'odore della vernice), e ancora quando mia mamma mi portava a passeggio per San Gregorio Armeno, la via dei presepi. Io sognavo sempre di poter costruire uno di quegli enormi presepi con tanti accessori, tra cui una cascata di vera acqua (quello che è rimasto il mio desiderio per anni), ma anche se finivamo col comprare solo piccoli pastori in plastica ero contenta lo stesso. San Gregorio Armeno
Il nostro presepe non avrà avuto l'acqua vera, e non sarà stato neppure grande, ma era bellissimo lo stesso, con le sue lucine, la stella cometa di cartone ricoperta di porporina e i pastori che conoscevo uno a uno. Ricordo perfino una pastorella che portava una cesta di frutta e che avevo riparato col pongo, perché si era rotta. Volevo bene anche a lei, era un'amica. Come le pecorelle che la seguivano (le pecorelle erano le mie preferite, così bianche e innocenti). E poi il presepe era nella mia stanza, e prima di addormentarmi lo guardavo sempre e immaginavo di esserci dentro, di andare a passeggio tra quelle deliziose stradine e chiacchierare con i personaggi.
E poi c'erano i preparativi dei dolci. Io adoravo aiutare in cucina a preparare gli struffoli. Si tratta di un dolce tipico di Natale a Napoli, sono piccole palline di pastella fritte e condite con una salsina fatta di miele, canditi e confettini di zucchero.
struffoliMa la cosa migliore degli struffoli non è mangiarli, è farli. Prenderli già pronti in pasticceria... sì, magari saranno migliori, più buoni, più succulenti... ma vuol dire privarsi della metà del divertimento. Io ero piccola e non ero addetta alla frittura, ma era compito mio modellare le palline di pasta e immergermi in quegli aromi... miele, cannella, brandy caldo, alloro, arancio. Era veramente delizioso!
Ma sapete qual era la cosa che preferivo in assoluto? L'albero di Natale. Da quando ero piccolissima ho usato sempre lo stesso albero, sintetico, piccolo ma ai miei occhi bellissimo. Solo ora mi rendo conto che è una scelta ecologista (cosa giusta, tra l'altro, se solo pensate a tutti quegli alberi tagliati per Natale e che poi finiscono secchi e morti in qualche cassonetto dei rifiuti), all'epoca era solo il mio amico albero.
Durante l'anno l'albero riposava in garage, assieme alle decorazioni (qualcuna riuscivo a trafugarla prima della messa a riposo, ricordo di aver conservato come gioco per tutto un anno un vecchio puntale fatto di fili argentati), ma quando andavo a riprenderlo per decorarlo per me era una vera festa. L'addetta alla costruzione dell'albero era mia mamma, e io ero la sua fida aiutante.

Albero di Natale


I nostri colori standard erano l'argento e il rosso: nel nostro albero non erano ammessi altri colori.
L'argento per richiamare la neve (un altro dei miei miti, io sognavo sempre un Natale con la neve come nei fumetti che leggevo, invece vivendo a Napoli la neve la vedevo al massimo col binocolo quando si depositava sulla cima del Vesuvio) e il rosso per ricordare le bacche di pungitopo.
Queste, poi, meritano un discorso a parte, perché ricordo di averle viste "dal vero" per la prima volta durante un picnic memorabile al bosco della Reggia di Caserta (sì, dove hanno girato Star Wars!). Abbiamo camminato per ore nel tentativo di raggiungere l'origine della lunga fontana, in fondo alla quale immaginavo splendenti bellezze naturali (e prima o poi riuscirò a vederle) e avevo visto così quella splendida pianta dalle foglie verdi e pungenti e dalle bacche rosse e lucenti.pungitopo
Dicevo che aiutavo mia mamma, in realtà l'intralciavo. Perché non riuscivo a fare a meno di estrarre quegli sfavillanti festoni argentei e drappeggiarmeli attorno ai fianchi come un tutù magico, o esaminare una ad una le decorazioni. Avevamo sfere di vetro sottilissime (ereditate dalla nonna), rosse e piene come mele mature (non erano di quelle trasparenti, in sostanza), pigne di vetro che parevano spruzzate di neve argentea, sfere e angeli che sembravano fatti di sottile filigrana, fiocchi di neve, bauletti pieni di giocattoli, piccole pergamene con canti, nastri e luci a forma di fiori.
E poi arrivava la sera della vigilia. Non ricordo, francamente, l'attesa di Babbo Natale, quello che sarebbe arrivato il mattino dopo col suo carico di doni. Ricordo più volentieri le cene in famiglia. Mia mamma metteva su un disco gospel e cominciava a cucinare, mentre i più giovani (io e mia cugina) apparecchiavano la tavola col servizio migliore. E io che speravo di trovare sempre, sotto l'albero, il regalo speciale, quello che sarebbe stato quasi un tocco di magia. Ma qualunque cosa trovassi era fantastico lo stesso.
Ila da piccola a NataleOra, non per essere buonista a tutti i costi, ma mi piaceva davvero tanto e mi piace tutt'ora. Mi piace creare un'atmosfera magica per chi mi sta intorno, perfino se non è Natale. Quando ero piccola avevo un cane, era un cocker dolcissimo di nome Yuk. A Natale lui era sempre emozionatissimo, perché percepiva l'atmosfera "particolare" e perché era contento di avere vicino tutti gli umani che amava. Ed è questo, secondo me, lo spirito del natale. Io preparavo regali anche per lui e glieli mettevo sotto l'albero. E quel che amavo di più, più ancora che scartare i miei regali, era vedere quanto era contento Yuk. Gli scartavo i regali, gli davo bocconcini buoni, lo facevo giocare con le carte appallottolate e alla fine lo abbracciavo, felice, sapendo che avremmo conservato un pizzico di quella magia nei nostri cuori. Per sempre!

Ilaria





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